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Porsche 959, la supercar che nacque da una sfida

Porsche 959

La 959 è una delle Porsche più complesse e affascinanti mai costruite. Nasce come laboratorio e diventa un simbolo. Entrata in produzione quarant’anni fa, è tuttora tra le creazioni più desiderate made in Zuffenhausen.

Quando apparve al Salone di Francoforte del 1983, la 959 sembrò una concept car addomesticata per divenire un’auto stradale. La complessità tecnica superava quella di qualsiasi modello in produzione. La cura costruttiva ricordava i prototipi più avanzati.
Le proporzioni erano familiari, ma i dettagli raccontavano il futuro. Era una Porsche che colpiva per le forme e per le prestazioni, ma soprattutto dava l’impressione di essere un’idea ancora in evoluzione.

Nascita di un’idea

La decisione che diede sostanza alla 959 maturò lontano dai riflettori. All’inizio degli anni Ottanta, quando la FIA introdusse il Gruppo B per aprire una fase di ricerca meno vincolata, le vecchie categorie imponevano numeri elevati di produzione e frenavano l’evoluzione. Le nuove norme chiedevano duecento vetture stradali per l’omologazione e venti per ogni evoluzione. In quel margine Helmuth Bott, responsabile della Ricerca e Sviluppo Porsche, vide la possibilità di portare su strada soluzioni fino ad allora confinate ai prototipi endurance. Nel 1983 presentò la sua visione alla direzione.

Peter Schutz, presidente della Casa, ne colse subito la portata. Il progetto venne approvato senza clamore e affidato a un gruppo ristretto guidato da Manfred Bantle, con Roland Kussmaul incaricato dello sviluppo della trazione integrale e della dinamica. L’obiettivo era trasformare un prototipo in un laboratorio tecnico con sembianze stradali.

La visione di Bott

All’inizio degli anni Ottanta il marchio viveva una fase complessa, era forte nelle competizioni ma sul piano industriale aveva una gamma sbilanciata sulla 911 mentre le transaxle stavano appena nascendo e non avevano ancora trovato un ruolo chiaro. In quel vuoto Bott vide l’occasione per trasformare l’esperienza dei prototipi in un progetto capace di riportare coerenza all’intero percorso tecnico. Intuì che il Gruppo B apriva un territorio che nessuno aveva ancora esplorato con continuità. Presentò la sua idea come un modo per mettere in relazione l’esperienza dei prototipi con una vettura stradale. Schutz approvò senza esitazioni. Da quel momento il centro prove divenne ancora più discreto. Per sviluppare la trazione integrale e il biturbo sequenziale senza attirare l’attenzione, gli ingegneri nascosero la meccanica sotto la carrozzeria di alcune 911 SC. Erano vetture che sembravano normali, ma non appartenevano più alla loro epoca. Quando uno di quei muletti venne fotografato, la stampa parlò di una nuova 911 a quattro ruote motrici. Nessuno immaginava che dietro quella silhouette stesse crescendo un…

L’immagine utilizzata in questo articolo è pubblicata per gentile concessione di RM Sotheby’s. Foto: Alex Stewart.


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