Su strada l’Alfa Romeo Montreal era poderosa ed elastica grazie al suo V8 derivato dalle corse: “troppo” per gli alfisti e “troppo poco” per porschisti e ferraristi. La crisi petrolifera negli “anni di piombo” segnò la sua fine
I corsi e ricorsi della storia ci portano oggi a stigmatizzare l’automobile a motore termico quale una delle principali cause d’inquinamento e riscaldamento globali. A metà anni Sessanta, invece, la sua reputazione era decisamente migliore, tanto che nel 1967 questo mezzo di trasporto fu preso come simbolo più rappresentativo e geniale dell’“Uomo Produttore” all’Expo di Montréal. Nell’invitare i paesi del mondo a partecipare, il comitato organizzatore ritenne che l’unico marchio degno di rappresentare l’Italia fosse Alfa Romeo. Che si trovò così di fronte a una sfida molto ambiziosa, ovvero presentare uno dei prototipi più estremi e fuori dagli schemi che fosse mai stato realizzato dalla Casa del Biscione ma allo stesso tempo anche una vettura funzionante e producibile in serie. Insomma, qualcosa che lasciasse il segno nella storia Alfa e nel Cuore Sportivo dei suoi appassionati.
Oggi, per realizzare un’auto del genere, si partirebbe dal software che gestisce le batterie, all’epoca si partiva dal design: la dirigenza di Arese non ci pensa un attimo di più a contattare Bertone il quale, ben contento di far parte della spedizione Oltreoceano – ma anche un po’ preoccupato perché è intanto luglio del 1966 e l’expo si apre a fine aprile – affida il progetto a Marcello Gandini, giovane padre di alcuni capolavori come Miura e Marzal ma capace anche di omaggiare chi è venuto prima di lui: le sette incisioni dietro la portiera (che illuderanno il pubblico circa la presenza di un motore posteriore centrale che invece non ci sarà mai) sono quelle dei parafanghi della Giulia TZ Canguro di Giorgetto Giugiaro.
Il cahier de charge è conciso ma chiarissimo: realizzare una Granturismo 2+2 posti dalle ambizioni superiori, che intercetti un rango di clientela più alto di quello tradizionale Alfa, piuttosto quello di Ferrari e Jaguar, che si distingua per signorilità e classe ma senza assolutamente prescindere dall’indole sportiva e corsaiola insita nel DNA della Casa. Per la meccanica si parte dal telaio della Giulia GT, col bialbero della berlina Ti portato a 106 CV e il medesimo passo (che rimarrà invariato anche sul modello di serie) di 2350 mm. Ne ricalcano l’ossatura di base anche l’avantreno a ruote indipendenti con bracci trasversali, bielle oblique, barre di torsione longitudinali e stabilizzatrice e il retrotreno a ponte rigido, bracci longitudinali, stabilizzatore a T, barra stabilizzatrice.
Gandini si mette al lavoro sul progetto “Alfa Romeo Montreal Expo” già in agosto e il prototipo definitivo è pronto in autunno. Dettagli che la fanno identificare immediatamente come un’Alfa Romeo si sposano a un profilo generale che sembra stato disegnato da un marziano: il muso fortemente orizzontale e scevro da qualsiasi appendice – non ci sono nemmeno i paraurti – è composto da due coppie di proiettori celati per metà da piccole veneziane e incassati in due enormi prese d’aria con i profili esterni ogivali e dallo scudetto insolitamente largo e dilatato; la fiancata è tutta giocata su un profilo che corre da una parte all’altra, come sulla Marzal, dando origine a due “gusci” netti e visivamente rilevanti, che aumentano la sensazione di muscolarità; il padiglione morbido e basso, col profilo fortemente ascendente del vetro (si intercettano Miura e Fiat Dino Coupé); la coda squisitamente gandiniana, col grande lunotto cofano che scen- de molto inclinato fino alla codina ad arco schiacciato, che…
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