Orgoglio, determinazione, investimenti enormi e i migliori piloti permisero alla Ford di battere la Ferrari. Ma dietro quella vittoria epica si nascondeva anche il destino tragico di uno dei suoi protagonisti.
Le Mans, domenica 19 giugno 1966, ore 16. ore 16. Una pioggia leggera, quasi timida, cade sul Circuit de la Sarthe. Le nuvole basse schiacciano la luce e trasformano il pomeriggio in un crepuscolo anticipato. L’aria profuma di benzina, freni arroventati e olio ricinato, quell’odore dolciastro e pungente rilasciato dai motori da competizione che rimane sospeso come una nebbia sottile sopra l’asfalto e racconta la fatica di una corsa. Le tribune sono un’unica massa compatta di volti rivolti verso una delle curve più pericolose, chiamata Maison Blanche, in attesa dell’epilogo di una gara che ha visto la GT40 competere da protagonista.
La pista è ancora umida e l’asfalto conserva un velo d’acqua che le ruote sollevano in piccoli spruzzi, come un ultimo segno della notte di tempesta. Dall’orizzonte della curva appare la prima GT40. È quella di Ken Miles, che avanza con una solennità quasi innaturale, come se stesse completando un destino già scritto. Il V8 da sette litri ruggisce con voce rauca, ogni scalata è una frustata, ogni rilascio una detonazione che rimbomba tra le tribune, mentre dagli scarichi esplodono fiammate brevi e violente, arancioni come metallo incandescente, che illuminano per un istante la coda della vettura e strappano un sussulto al pubblico. Miles ha dominato la notte sotto la pioggia battente, macinando giri con precisione mentre le Ferrari cedevano una dopo l’altra. Tutti si aspettano che sia lui a tagliare il traguardo. Poi accade l’imprevisto. Miles rallenta. La GT40 si assesta, il muso si abbassa, il ruggito si fa più cupo. Sulle tribune le espressioni cambiano e mostrano stupore e incredulità.
Dall’uscita della curva arrivano le altre due GT40, McLaren–Amon e Bucknum–Hutcherson.
Si avvicinano come due ombre che prendono forma e in pochi secondi le tre Ford si allineano, lente e maestose, come se la pista fosse diventata un palcoscenico e loro tre gli attori di un finale scritto da un regista di thriller. Il pubblico esplode in un boato che scuote l’aria. Non è semplicemente un arrivo, è una tripletta teatrale che racconta più di qualsiasi comunicato stampa la volontà di Detroit di chiudere i conti con Maranello.
Quando le tre GT40 passano sotto la bandiera a scacchi, la luce grigia del pomeriggio si apre in un bagliore improvviso. Le fiammate degli scarichi si spengono in un ultimo lampo, il ruggito del V8 si dissolve in un’eco profonda e la folla si riversa verso le barriere per vedere da vicino le vetture che hanno appena cambiato la storia. In quell’istante
Le Mans è un teatro e la Ford GT40 è la protagonista assoluta.
Quella vittoria era il simbolo di un successo americano, ottenuto con un impegno che in meno di cinque anni aveva portato alla…
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